Il nefasto lassismo monetario
Negli anni Settanta e Ottanta i paesi del Sud America, come altri paesi cosiddetti sottosviluppati, soffrivano di una malattia che potrebbe chiamarsi “lassismo monetario”. A causa delle difficoltà che avevano nell’ottenere gettito tributario sufficiente per coprire le spese del governo, questi stati ricorrevano a quella che fu chiamata finanza, o tassa, inflazionaria per aumentare le loro risorse. La finanza inflazionaria era semplicemente la macchina stampatrice per creare moneta. di Vito Tanzi
21 AGO 20

Negli anni Settanta e Ottanta i paesi del Sud America, come altri paesi cosiddetti sottosviluppati, soffrivano di una malattia che potrebbe chiamarsi “lassismo monetario”. A causa delle difficoltà che avevano nell’ottenere gettito tributario sufficiente per coprire le spese del governo, questi stati ricorrevano a quella che fu chiamata finanza, o tassa, inflazionaria per aumentare le loro risorse. La finanza inflazionaria era semplicemente la macchina stampatrice per creare moneta. La macchina risiedeva nelle Banche centrali e le banche assecondavano le richieste dei governi. Il risultato era sempre una febbre alta, chiamata inflazione.
I paesi industrializzati, che si sentivano virtuosi perché, in quei tempi, non avevano difficoltà ad aumentare le tasse o a ottenere prestiti dalle banche o dai cittadini, criticavano i paesi “irresponsabili”. Intorno agli anni Novanta, gli economisti dei paesi industrializzati cominciarono a sostenere la soluzione dell’indipendenza delle Banche centrali. Il ragionamento era che, se le Banche centrali fossero diventate indipendenti, i governi non avrebbero avuto più il potere di costringerle a stampare più moneta di quanto necessario per far operare in maniera efficiente le economie, ossia senza inflazione. Negli anni successivi apparve uno strano fenomeno. I governi dei paesi industrializzati, inclusa l’Italia, raggiunsero livelli di pressione fiscale che era difficile continuare ad aumentare. Sfortunatamente, a dispetto di vari avvertimenti da parte di alcuni esperti e di istituzioni internazionali, i governi dei paesi ricchi continuarono a voler spendere più di quanto raccoglievano in tasse. Dicevano che la spesa pubblica sosteneva l’economia e che faceva bene al benessere dei cittadini. Col passare del tempo i governi dei paesi ricchi si trovarono nella situazione in cui si erano trovati anni prima i paesi in via di sviluppo, ma con una pressione fiscale molto alta. Il risultato? Grandi deficit dei conti pubblici, anche in assenza di crisi finanziarie o economiche, e forte aumento del debito pubblico che subito prese la forma di una idrovora che aveva sempre più fame di fondi pubblici. Nacque un paradosso. Il comportamento che era stato un vizio per i paesi in via di sviluppo ha ora l’appoggio, con qualche dubbio, di Banche centrali, inclusa la Fed e da poco anche la Bce. Molti vogliono ora accomodare l’alta spesa pubblica con l’espansione monetaria.
Ciò che rimane da vedere è se il risultato di questa espansione sarà quello che era comune nell’America latina, negli anni Ottanta, cioè l’inflazione; o quella che è stata l’esperienza giapponese negli ultimi 15 anni: un aumento continuo del debito pubblico rispetto al pil e l’attesa di una vera crisi, che arriverà prima o poi, perché il debito non potrà continuare a crescere per sempre. Un’alternativa meno pericolosa sarebbe quella di smettere con annunci per il futuro, e rimboccarsi le maniche ora per fare le riforme necessarie, incluse quelle che ridurrebbero la spesa pubblica in un modo equo ed efficiente.
di Vito Tanzi
I paesi industrializzati, che si sentivano virtuosi perché, in quei tempi, non avevano difficoltà ad aumentare le tasse o a ottenere prestiti dalle banche o dai cittadini, criticavano i paesi “irresponsabili”. Intorno agli anni Novanta, gli economisti dei paesi industrializzati cominciarono a sostenere la soluzione dell’indipendenza delle Banche centrali. Il ragionamento era che, se le Banche centrali fossero diventate indipendenti, i governi non avrebbero avuto più il potere di costringerle a stampare più moneta di quanto necessario per far operare in maniera efficiente le economie, ossia senza inflazione. Negli anni successivi apparve uno strano fenomeno. I governi dei paesi industrializzati, inclusa l’Italia, raggiunsero livelli di pressione fiscale che era difficile continuare ad aumentare. Sfortunatamente, a dispetto di vari avvertimenti da parte di alcuni esperti e di istituzioni internazionali, i governi dei paesi ricchi continuarono a voler spendere più di quanto raccoglievano in tasse. Dicevano che la spesa pubblica sosteneva l’economia e che faceva bene al benessere dei cittadini. Col passare del tempo i governi dei paesi ricchi si trovarono nella situazione in cui si erano trovati anni prima i paesi in via di sviluppo, ma con una pressione fiscale molto alta. Il risultato? Grandi deficit dei conti pubblici, anche in assenza di crisi finanziarie o economiche, e forte aumento del debito pubblico che subito prese la forma di una idrovora che aveva sempre più fame di fondi pubblici. Nacque un paradosso. Il comportamento che era stato un vizio per i paesi in via di sviluppo ha ora l’appoggio, con qualche dubbio, di Banche centrali, inclusa la Fed e da poco anche la Bce. Molti vogliono ora accomodare l’alta spesa pubblica con l’espansione monetaria.
Ciò che rimane da vedere è se il risultato di questa espansione sarà quello che era comune nell’America latina, negli anni Ottanta, cioè l’inflazione; o quella che è stata l’esperienza giapponese negli ultimi 15 anni: un aumento continuo del debito pubblico rispetto al pil e l’attesa di una vera crisi, che arriverà prima o poi, perché il debito non potrà continuare a crescere per sempre. Un’alternativa meno pericolosa sarebbe quella di smettere con annunci per il futuro, e rimboccarsi le maniche ora per fare le riforme necessarie, incluse quelle che ridurrebbero la spesa pubblica in un modo equo ed efficiente.
di Vito Tanzi